Coronavirus Fase 2: il Rientro

Su tutti i mezzi di comunicazione imperversano discussioni e polemiche circa il rientro, ancorché timido, dopo la quarantena. Tali dibattiti investono innanzitutto la questione economica, poiché ci si trova di fronte al delicato e spinoso problema se sia “meglio” morire di virus o di fame.

Oltre a questo, c’è l’altro aspetto, di tipo psicologico, in cui si valuta l’atteggiamento che le persone avranno al ritorno alla vita “normale”: tutto tornerà come prima o qualcosa cambierà? E in quale misura cambierà?

In questo dibattito si è inserito lo scrittore francese Michel Houellebecq che ha espresso il suo pensiero in uno scritto a France Inter, riportato dal Corriere della Sera, in cui definisce il Coronavirus “virus senza qualità”, che non ha prodotto proprio nulla e nulla cambierà. Insomma un’argomentazione articolata, ma che nega ogni implicazione e sviluppo nella vita reale della collettività, dopo che l’emergenza sarà terminata.

Ebbene, trovo che, in generale, questo argomento sia trattato in maniera un po’ troppo generica e omogeneizzante, nel senso che si tende ad affermare che qualcuno troverà difficoltà a tornare ad aprirsi agli altri e qualcun altro, invece, si tufferà con bramosia nel vortice della vita sociale. Tutto questo, in maniera quasi casuale, uno di qua e uno di là, a uno può capitare di trovarsi da una parte della siepe, a un altro capiterà di trovarsi nell’altro campo.

Ma se si prova ad analizzare il fenomeno in modo razionale, ciascuno può immaginare, concentrando l’attenzione su sé stesso, in quale settore si collocherà. Infatti, gli esseri umani si dividono in introversi ed estroversi. I primi stanno  bene da soli, anzi preferiscono stare da soli, soprattutto quando sono in crisi o in stato di stress, poiché stare da soli è la condizione indispensabile per ricaricarsi. Per gli estroversi è esattamente il contrario, poiché preferiscono vivere con gli altri, si ricaricano frequentando i propri simili e non amano per nulla, in misura variabile, condurre vita solitaria, se non nella misura strettamente necessaria.

Naturalmente, tutto prescinde dalle ovvie considerazioni di sopravvivenza. Se uno deve aprire il negozio perché ha l’esigenza impellente di lavorare e guadagnare, la paura di fallire supera ogni altro fattore, il pericolo incombente tocca tutti allo stesso modo, che uno sia introverso o estroverso cambia poco.

Questo ragionamento riguarda persone che non abbiano particolari necessità di muoversi per lavorare o altro, come quelle che hanno l’opportunità di lavorare da casa. In questo caso, l’introverso non deve confrontarsi con il mondo esterno tutti i giorni, nolente o volente e, dato che è addirittura il governo a imporgli di starsene a casa, si sente tranquillo e sollevato da ogni responsabilità, ovvero non penserà di essersi ritirato, di fare vita da eremita, che si sta chiudendo, etc., lui si limita a obbedire!

L’estroverso, al contrario, si sente come un leone in gabbia, recluso contro la sua volontà, il mondo ce l’ha con lui, ma non sa con chi prendersela, poiché questa pandemia è un male comune, diffuso, e quindi è obbligato a farsene una ragione.

E’ bene chiarire che siamo tutti in parte introversi e in parte estroversi. In breve, le funzioni psicologiche, secondo Jung, sono quattro, e nel caso dell’introverso, l’introversione è associata a quella superiore, la prima, quella che domina, la seconda è estroversa, la terza introversa e la quarta estroversa, cioè sono alternate. Nell’estroverso, l’ordine è inverso, si parte dalla prima funzione estroversa, seconda introversa e così via. Vale a dire che stando a casa, per conto suo, tranquillo, l’introverso adopera la sua funzione superiore, ma quando deve uscire di casa, è costretto a ricorrere alla sua seconda funzione, estroversa. L’estroverso, quando sta con gli altri, adopera la sua funzione superiore e sta a suo agio, mentre quando torna a casa, deve ricorrere alla sua seconda funzione, l’introversa, a maggior ragione se è single.

Paradossalmente, contrariamente a quanto si potrebbe dedurre da quanto detto, è l’estroverso che, in questa clausura può guadagnare di più, poiché, superato lo sconcerto iniziale, può decidere, facendo di necessità virtù, di sviluppare la seconda funzione, quella introversa, così che finita la segregazione, tornerà alla vita di prima arricchito dalla conoscenza di una parte di sé, che aveva lasciato indietro, e che ha recuperato. L’introverso, invece, al rientro, deve impegnarsi molto per rientrare e non farsi prendere da una inspiegabile e incomprensibile forma di sconforto e mestizia, per l’uscita dal guscio. Ma anche lui può guadagnare da questo sconvolgimento, poiché dopo questa “abbuffata” di introversione, deve fare del suo meglio per convincersi che l’estroversione non è proprio tanto male, che è il caso che si abbandoni alla sua seconda funzione e la valorizzi un po’ di più.