Schieramenti in conflitto nello yoga

Nel mondo dello yoga si assiste da tempo a dibattiti via via più accesi su cos’è yoga. Ci sono diverse posizioni che si confrontano con toni talvolta aspri. In definitiva, le posizioni si possono raggruppare in due schieramenti. Quello degli accademici, coloro che studiano la disciplina cercando di scoprirne senso e valori nelle sacre scritture. Questi non si curano più di tanto dell’aspetto fisico, asana, della costruzione delle posture, insomma della sfera biomeccanica e relativi sviluppi, ma sono dediti a indagare l’adesione ai principi fondativi, e poi coscienza e spiritualità. Dalla parte opposta vi sono gli operativi, coloro che al contrario si occupano solo della dimensione corporea e sono impegnatissimi a sperimentare nuove tecniche, movimenti più giusti e corretti, esercizi più moderni e così via, e trascurano, anche esplicitamente, ogni forma di ricerca di esperienza sottile e interiore, dicendo che yoga si deve evolvere e non si può stare sempre lì a cercare i significati più precisi di una filosofia antica e superata, i tempi cambiano e bisogna aggiornarsi.
Ebbene, è indubitabile che nuovi studi e ricerche siano molto utili per approfondire la saggezza millenaria dello yoga, ma è anche importante indagare nuovi metodi di realizzazione operativa, via via che aumenta la conoscenza del corpo umano, per cui costruzioni che andavano bene una volta, si scopre che possono creare qualche problema. Bisogna sempre e comunque ottemperare al principio numero uno della pratica yoga: primum non nuocere.
Resta comunque la distanza fra studiosi e atletisti, apocalittici e integrati e la distanza fra di loro tende ad aumentare, perché le posizioni si irrigidiscono e gli animi si scaldano.
Quello che si nota, in entrambi i punti di vista, è una forma di oggettività, che negli accademici è di tipo cerebrale: si cercano testimonianze negli antichi testi e si devono prendere così, andando più in profondità con lo studio minuzioso del sanscrito per cogliere ogni sfumatura dei testi, insomma, capire bene cosa volessero dire gli antichi saggi. L’oggettività degli operativi è che il corpo deve essere agile, vispo, scattante, così che la mente non dovrà prendersene cura più di tanto, poiché un certo modo di agire del corpo diventa istintivo e, quindi, naturale. E il gioco è fatto.
E’ forse giunto il momento di pensare a una forma soggettiva, effettivamente soggettiva, nel senso che gli input devono sì entrare da fuori, ma devono risvegliare energie interne, la mente deve occuparsi di vari movimenti, ma lasciare al corpo la decisione di respirare. E’ dall’unione di questi due percorsi che si può pensare a una inevitabile rifondazione dello yoga.
E’ un tema molto delicato e complesso e sarà ripreso in altra occasione.